Giulio Ferrari, quarantaduenne. modenese, fisico,  storico ed escursionista per diletto, nel 2017 ha ricostruito in archivio il tracciato della settecentesca Via Vandelli e l’ha percorsa tutta da Modena a Massa; dopo il blog e il sito internet, ora è il turno del libro. Abbiamo intervistato Ferrari.

La via Vandelli, in pillole 

Centoquarantacinque chilometri di strada che passa due alti valichi oltre i 1600 metri e collega due città, Modena e Massa, attraverso piccoli paesi, campagne assediate dal cemento, foreste silenziose, valli inospitali e incontri illuminanti: ecco la Via Vandelli, la più leggendaria delle strade del Ducato Estense, anzi, la madre di tutte le strade moderne.
La  guida-racconto di Ferrari  accompagna i viandanti tra gli Appennini e le Alpi Apuane attraverso boschi, prati, calanchi e passi montani, seguendo il percorso originale della strada disegnata nel 1739 da Domenico Vandelli per il Duca Estense Francesco III: un  percorso che l’autore ha ricostruito negli archivi storici e che ha preparato con meticolosi sopralluoghi.

L’INTERVISTA 

Giulio, cosa ti ha spinto a questa impresa?

«Uno dei motivi per cui ho intrapreso questa ricerca è il mistero che avvolge da sempre la Via Vandelli: fu percorsa da duchi, briganti e mercanti, molti ne hanno sentito parlare ma ci si chiede dove passasse esattamente e perchè venne abbandonata. L’altra motivazione è più personale, questa via è sempre stata presente nelle varie fasi della mia vita. Sono nato a Montale, sulla Vandelli, e da bambino quando ero in colonia a Sant’Andrea Pelago, mi portavano a passeggiare sul suo antico tracciato. L’ultima volta che ho visto correre Pantani è stato sulla Vandelli. Ho sempre visto vari pezzetti del percorso e sapevo che portava a Massa, in Toscana, allora un giorno ho deciso di ripercorrerla per intero. Ho cercato su internet il tracciato e mi sono accorto che non c’era, quindi invece che iniziare a camminare nel settembre 2016, come avevo programmato, ho iniziato a studiare il percorso originale sui pochi libri che trattavano l’argomento e con ricerche d’archivio alla Biblioteca Estense e all’Archivio di Stato.

Nell’edizione in due volumi dell’Artioli, il libro più dettagliato dedicato alla Via, pubblicato a fine anni ’80, sono presenti molti documenti e una mappa, ma a scala troppo piccola per poter essere usata da un’escursionista. Ricostruire il tracciato originale concepito da Domenico Vandelli nel 1739 mi ha consentito di capire quali delle ipotesi esistenti sul percorso fossero vere e quali inventate. Negli anni, man mano che il ricordo della Vandelli andava sfumando in leggenda, molti iniziarono a sostenere che la via passasse per i loro campi o davanti alle loro case, per questo ho voluto fare chiarezza sull’argomento».

Da quel che dici sembra di capire che il progetto originale non esista nemmeno in archivio..

«No, perchè quando la Vandelli è stata progettata il concetto di progetto era diverso, non esisteva come lo conosciamo noi. In un certo senso la “topografia” nasce grazie a Domenico Vandelli per la costruzione della Via. È naturale, una disciplina nasce nel momento in cui sorgono problemi reali che richiedono nuovi metodi per essere risolti».

Nel tuo sito internet e nel tuo libro associ la Vandelli all’Illuminismo, perchè?

«Il periodo in cui è stata realizzata è quello dell’Illuminismo, ed effettivamente, documenti alla mano, si può dire che la Vandelli sia la prima strada dai tempi dell’Impero romano costruita in modo ragionato, seguendo un progetto. Dopo i Romani le strade spesso furono il frutto di un approccio empirico: percorsi di pastori e pellegrini creati spontaneamente dall’uso quotidiano. Nel caso della Vandelli, invece, abbiamo un committente, il Duca Francesco III D’Este, che chiede al suo progettista di disegnargli una strada con dei requisiti ben precisi: larghezza e pavimentazione adeguata al passaggio di una carrozza, stazioni di posta, costi di manutenzione. È difficile distinguere tra causa ed effetto, ma in quel periodo il trasporto mediante bestie da soma fu sostituito dall’uso delle carrozze trainate, che richiedevano un certo tipo di strada, e la Vandelli è una risposta a queste esigenze.»

Non dev’essere stato semplice far valicare a una carrozza gli Appennini..

«Vandelli ovviamente sfruttò dei punti di passaggio già molto usati in precedenza come San Pellegrino in Alpe; l‘innovazione fu il carattere progettuale della realizzazione, un’attenta valutazione del territorio per individuare il percorso più rapido e agevole, e l’approntamento di tutte le comodità delle autostrade moderne: le piazzole di sosta, le locande in cui pernottare e far riposare i cavalli.

Nel giro di pochi decenni si assistette allo sviluppo di tantissime altre strade. La via Giardini, fatta da Pietro Giardini che aveva precedentemente lavorato con Vandelli, è di sessant’anni più tarda, e di fatto la soppianta, perchè risolve alcuni problemi che la Vandelli presentava anche a causa del panorama geopolitico dell’epoca in cui fu realizzata.

Quando Vandelli realizza il suo progetto non si fanno accordi tra stati per costruire le strade e lui è costretto a studiare il tracciato in modo che si snodi solamente sul territorio del Ducato Estense; sessant’anni dopo, forse perchè si inizia a capire l’estrema utilità per tutti di strade così organizzate, gli stati iniziano a mettersi d’accordo per costruire infrastrutture di collegamento. La via Giardini è il risultato di un accordo tra il Ducato Estense e quello di Toscana, i due progettisti lavorano assieme, ognuno per la sua parte, a un’unica strada. Vandelli ebbe delle limitazioni in più rispetto a Giardini, per questo la sua strada, costretta a inerpicarsi in zone più impervie, cadde in disuso».

La realizzazione della via Vandelli ebbe un significato politico per il Ducato Estense?

«Sì, nel 1741 il duca fece sposare il figlio Ercole III con Maria Teresa Cybo-Malaspina del Ducato di Massa e Carrara, acquisendo così uno sbocco sul mare. L’infrastruttura viaria servì per consacrare questa unione di casate e territori che, grazie ad essa, potevano più facilmente essere intesi come un unico dominio».

Hai creato molte pagine sui social network dedicate alla Vandelli ed è uscito anche il tuo libro..

«Ho creato le pagine social, il sito e il blog per colmare il vuoto informativo che avevo riscontrato quando ebbi l’idea di percorrere la Via. Il libro si intitola “La Via Vandelli. Antica strada, nuovo cammino” ed è edito da Artestampa. È sia il mio diario di viaggio con foto, che una guida per l’escursionista con mappe e informazioni turistiche. Il tracciato originale, da me riscoperto, in alcuni punti è stato riutilizzato e coperto da altre strade abbastanza trafficate, tra le quali la Giardini. Nel libro sono presenti delle varianti di percorso che consentono all’escursionista di superare quei punti meno adatti al cammino».

ALESSANDRO CARRARO