Giulio Luppi ha pubblicato ‘Soprannome Dreamer’, un libro di 14 racconti  edito da Artestampa. Il libro, 248 pagine, euro 15, lo potete trovare presso la libreria Ubik di Modena oppure on line da IBS o Amazon.

Vi presentiamo  un brevissimo estratto dalla presentazione al libro firmata da Alberto Bertoni, poeta e scrittore modenese nonché docente di letteratura italiana presso l’università di Bologna.

E’ raro ma non impossibile -nell’ippica come in letteratura-che gli esordi tardivi riservino sorprese tutte positive, promettendo carriere da consegnare al futuro. E’ questo senz’altro il caso del sessantenne modenese Giulio Luppi, noto fin qui come folksinger (la sua canzone ‘Piazza Grande’ rimane incisa come un piccolo gioiello nella percezione dei modenesi attenti alla creazione cantautorale) e come narratore pressoché quotidiano di corse al trotto. La sua prima, cospicua raccolta di racconti è qui a testimoniarci un’attitudine al discorso letterario e in particolare all’invenzione narrativa che -soprattutto di questi tempi- costituisce un’indubbia e meritoria eccezione a uno ‘stato delle cose’ ripetitivo e mercificato…  Questo libro mette in scena un coordinato e coeso mondo, ricco di costanti spazio-temporali, cui per esempio appartengono le ambientazioni padane, spesso tratteggiate sul confine indeterminato di spazi cittadini e loro immediati dintorni, periferie e progressivi sperdimenti nel nulla dei ‘non luoghi’ di cui è sempre più ricca la nostra terra. A ciò si aggiunge una galleria di caratteri tanto maschili quanto femminili delineati con molta cura, nel segno comune di un’attesa sempre irrealizzata, perché umanamente irrealizzabile, e di una malinconia che non è mai rimpianto a sfondo nostalgico di un passato più o meno favoloso, ma lente d’ingrandimento e di autoanalisi, proiettata verso un fine conoscitivo, il cui prezzo ultimo è comunque molto alto ed è spesso causa di sperdimento e d’incompiutezza: economica, morale, sentimentale…. Luppi è assertore convinto di un’ascendenza spiccatamente metafisica, benché lontana dalle secche del Surrealismo più sperimentale, collocandosi piuttosto fra il Buzzati aperto alla contemporaneità e il Calvino invece più fantastico e latamente allegorico… Invece, i temi dominanti del libro sono quelli di una più o meno sottintesa (e più o meno impossibile) vicenda di formazione; di un’epifania sempre rimandata e alla fine ‘fantastica’; di una incomunicabilità di coppia mai rabbiosa ma anzi spesso delicatamente sentimentale (e qualche volta erotica); di un’estraneità che oscilla fra i poli giustapposti della stranezza e dello straniamento; nonchè di un assurdo che non coincide con l’eccezionale, semmai con la quotidiana esistenza.”

Una nota dell’autore

Non credo che sia buona regola cercare di spiegare quello che uno scrive. Specie quando si tratta di racconti. E soprattutto nel caso di racconti, come quelli che costituiscono questo libro, che spesso restano volutamente sospesi. Io credo nell’interpretazione e di conseguenza nell’empatia che si crea fra il racconto e il lettore e in tal modo lascio che sia la diversa natura di ogni lettore a entrare direttamente in scena e a cogliere i significati che preferisce. A seconda della sua sensibilità e del suo background culturale. Ma di certo un autore non dovrebbe mai svelare le proprie intenzioni o, quantomeno, potrebbe limitarsi a dare qualche esile indicazione di lettura. Ma già questo mi sembra un piccolo sacrilegio verso la storia narrata, giacchè prediligo di gran lunga lasciare che sia l’immaginazione del lettore a intervenire e a interpretare. Provo comunque a svelare l’idea da cui si sviluppano molti dei miei racconti.


Mi piace guardare dove la luce del giorno scompare, al lato buio sopra cui siamo sospesi, nell’ombra in cui ci muoviamo. Per la semplice ragione che considero molto più aderente ad ogni singola esistenza la parte nascosta, sommersa, che non viene a galla e che non ci identifica esteriormente. Per questo il territorio che prediligo è quello dell’incubo quotidiano, dell’inganno, della fuga onirica e in cui l’apparenza è soltanto lo scomodo involucro in cui ci mostriamo. Tanta è l’abilità e così forte l’abitudine con cui modifichiamo la nostra vera essenza che sovente rischiamo di essere percepiti solo per quello che per noi è una menzogna e che non ci rappresenta né degnamente né dignitosamente per ciò che siamo realmente. Talvolta noi stessi fatichiamo a sapere quale sia la nostra vera natura perché ormai troppo condizionati, troppo conformati da ciò che ci viene richiesto e da ciò che gli altri vedono in noi. Mi occupo pertanto di quei paraggi meno illuminati dai riflettori, su cui scorre una realtà parallela e che, nostro malgrado, ci accompagna quotidianamente, con una consapevolezza più o meno intensa. Prendere una di quelle stradine, imboccare uno di quei vicoli ciechi, camminare sopra quella linea indefinita che ci sembra di intravedere, questo è il compito che mi stuzzica e nel quale mi perdo, nella vaga illusione di ritrovarmi.